Il Trequartista

Stagione 4,
48 min

Novak Djokovic

Maggio 12, 2022

Novak Djokovic è vincente, arrogante, talentuoso, geniale, epico. Divide eccome e lo fa ogni volta che può: sul campo e fuori al court. Come ha fatto agli Australian Open a inizio 2022 rischiando non solo la testa del ranking ATP ma anche la sua immagine. Un personaggio complesso che cercheremo di decifrare con Giorgio Terruzzi, Carlo Pastore ed Elena Martinelli.
Una produzione 731 LAB
Produzione esecutiva e regia: Alessio Albano
In collaborazione con Xiaomi Italia.

La firma di Giorgio

E’ una terra di mezzo questa che circonda Novak Djokovic. Sta tra il buio e la luce, come ogni convalescenza, trascina l’ombra della
pandemia e le ombre che la pandemia ha emanato, abbastanza per impedire un recupero pieno, una salute
rinfrancante, il ritorno ad un tempo più sereno, pensando ai diritti del rovescio, al rovescio come strumento di gioia. Rovescio è una
parola appropriata pensando al destino di quest’uomo consegnato alla controversia, come se la pace fosse sempre minacciata da
una guerra. E’ così dal capitolo uno e non sono bastati un talento portentoso, una fortuna agonistica conquistata e straripante. C’è
sempre qualcosa o qualcuno che non applaude e –anche per questo- sgobba e approda su quote rarissime a vedersi. Una
dimensione che ricerca adesso, con il peso degli anni, delle incomprensioni, di strumentalizzazioni che con lo sport, il tennis,
c’entrano pochissimo. La sfida oggi sta qui. In una risalita della classifica, dei sondaggi, del piacere di giocare. Tra chi gufa e odia,
chi tifa e spera. Come se tutto, di nuovo e curiosamente, fosse da dimostrare, nonostante abbia dimostrato di cavarsela sempre. A
costo di strafare, di deludere, di far discutere su ciò che del vivere ama o meno. Contraddizioni talmente consuete da sembrare
nostre. Eppure, all’apparenza solo sue e dunque esposte, al pari di peccati da scontare.

 

Chi è Novak Djokovic

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Novak Djokovic, e detto Nole (Belgrado, 22 maggio 1987), è un tennista serbo, numero 1 della classifica ATP. È il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero 1 al mondo nella storia del tennis (369), di cui ben 122 consecutive, nonché l’unico ad aver vinto almeno una volta in carriera i nove tornei Masters 1000 (nel suo caso due volte), risultato che, a partire dal 2009, l’ATP denomina Career Golden Masters. Nei suddetti tornei ha un record di 11 finali consecutive, da Parigi 2014 a Miami 2016 (con 9 vittorie).

Con 62 successi è in testa alla classifica dei vincitori dei cosiddetti Big Titles, ovvero i tornei del Grande Slam, i Masters 1000, le ATP Finals e le Olimpiadi. Ha chiuso per 7 volte la stagione da numero 1 al mondo (2011, 2012, 2014, 2015, 2018, 2020 e 2021), anche questo record assoluto. Con un montepremi di oltre 150 milioni di dollari, è l’atleta che ha ottenuto i maggiori guadagni nella storia del tennis.

Transcript

CARLO PASTORE: Il Trequartista è un’atleta speciale, dotato di visione e fantasia, difficile da imbrigliare. Attacca muovendosi fra le linee, sta in una posizione fluida, liquida un po’ come la società moderna. Il Trequartista non è un’esclusiva del calcio, ma una forma dell’anima. Trequartista per noi è Novak Djokovic. Io sono Carlo Pastore, lui è Giorgio Terruzzi e lei è Elena Marinelli, autrice di Steffi Graf, Passione e perfezione.

ELENA MARINELLI: Novak Djokovic incarna ogni possibile sfumatura del campione sportivo sopra tutto il resto è vincente, arrogante, talentuoso, geniale, epico. Ma non solo. È un Joker tra i più strabilianti e non tanto per la mancanza di abilità sovrumane, quanto perché è l’antagonista perfetto e si adatta alle situazioni e agli avversari, a smuovere il tifo e il suo contrario. Non esiste un solo Nole e la sua carriera fino a qui è stata un continuo tornare alla sua infanzia come la sua essenza, senza mai nulla togliere al progresso, alla capacità di guardare avanti con una fiducia quasi smodata. Novak Djokovic è un campione che ha alimentato narrazioni disparate perché gioca costantemente tra le linee ora amiche, ora nemiche, portatrice di un destino delineato eppure mai davvero scritto fino all’ultima parola in cui la volontà del protagonista campione vince tutto e tutti e afferma fastidiosamente una sua personale ragione.

CARLO PASTORE: Questo episodio de Il Trequartista è realizzato in collaborazione con Xiaomi. Xiaomi presenta la nuova Xiaomi 12 series, la nuova serie di smartphone flagship Xiaomi con modulo di fotocamere professionali da 50 megapixel, ricarica rapida Xiaomi Iper Charge, processore Qualcomm Snapdragon di ultima generazione e audio firmato Harman Kardon. Xiaomi 12 Series e Il Trequartista insieme per dominare la scena.

CARLO PASTORE: Ciao Elena.

ELENA MARINELLI: Ciao, bentrovato.

CARLO PASTORE: Ciao Giorgio.

GIORGIO TERRUZZI: Buongiorno a tutti.

CARLO PASTORE: Bentornati a tutti quanti, a Il Trequartista che questa volta prende una persona che abbiamo dibattuto tantissimo negli ultimi mesi. Mesi di polarizzazione, mesi anche di approfondimento di un giocatore che abbiamo sempre conosciuto per le sue strabilianti vittorie, per il suo simpatico profilo e anche però per quella faccia lì, la faccia da Joker l’arcinemico il Joker o no?

GIORGIO TERRUZZI: È un personaggio ambivalente, divisivo, anche se ha un aspetto da ragazzo qualunque, quasi. E’ come se avesse sempre una cifra, uno scarto che determina un cambiamento di opinione. Odiato o amato, non si capisce perché del tutto mai odiato o perché del tutto mai amato. Di certo era apparso come un ragazzo, un campione fresco così divertito dall’essere dove si trovava, cioè al centro della scena all’improvviso ironico, dotato di senso dell’umorismo: faceva delle divertenti imitazioni di altri campioni.

GIORGIO TERRUZZI: Me ne ricordo una molto comica di John McEnroe, immediatamente scelto come testimonial di una grande marca di automobili, quindi insomma perfetto per cavalcare un’avventura che poi è diventata un’altra cosa dentro di sé, fuori di sé, attorno a sé con credo una radice che ha segnato un po’ tutto il suo percorso e ancora lo segna.

CARLO PASTORE: Esatto. E cercheremo di capirlo un po’ meglio. Chi è questo Joker, questo Djokovic che, hai detto bene, e insomma si muove tra le linee anche quelle nemiche. A proposito delle linee nemiche, visto che la storia Djokovic è fatta anche della guerra in Jugoslavia eh mi piacerebbe Elena che ci raccontassi un po’ chi è Djokovic da un punto di vista più biografico perché è un tennista incredibile, forse il tennista che è stato più settimane al top della classifica ATP di sempre e quindi un campione, un prodigio, ma anche un ragazzo cresciuto sotto le bombe.

ELENA MARINELLI: Eh sì, perché lui nasce classe del 1987. Intanto quindi lui nasce a Belgrado e da famiglia metà serba me tra metà croata. Quindi già questo ci indica che lui è sempre stato un po’ nel mezzo fra due cose…

CARLO PASTORE: Un ragazzo dei Balcani…

ELENA MARINELLI: Un ragazzo dei Balcani che poi ha iniziato a giocare a tennis giovane, ma ha iniziato a giocare a tennis mentre c’era la guerra. E questo ha costretto proprio il suo tennis a crescere in un certo modo. Perché, per esempio, una delle cose che lui racconta più spesso di quegli anni d’infanzia è che per giocare a tennis lui seguiva costantemente dove venivano lanciate le bombe, perché così si spostava.

ELENA MARINELLI: Quindi aveva un’attenzione quasi maniacale, come poi molte altre cose nella sua vita, per questi eventi, proprio perché dovevano servirgli poi a evitarli…

CARLO PASTORE: La programmazione In qualche maniera degli allenamenti programmava già all’epoca.

CARLO PASTORE: Ma è vero che aveva un campo da tennis davanti alla pizzeria dei genitori?

ELENA MARINELLI: Lui inizia a giocare in maniera, diciamo un po’ più seria quando incontra una ex tennista che è Jelena Gencic. Lei aveva già scoperto, Monica Seles, tra le altre cose, quindi tra l’altro Djokovic e Monica Seles, entrambi, sono appunto serbi, e aveva visto in lui questa capacità assennata di fare, di programmare, di vedersi. Quella famosa frase che si ripete spesso Djokovic “da bambino già voleva essere numero uno” è proprio questa cosa qui e l’ha aiutato tantissimo in quegli anni.

ELENA MARINELLI: Ovviamente per lui esisteva solo il tennis, ma esisteva anche il tennis, soprattutto anche per una questione economica, perché la sua famiglia, proprio purtroppo per la guerra, ha avuto delle difficoltà economiche a un certo punto e questo, diciamo è una delle tante pressioni che lui ha dovuto subire e sopportare negli anni.

CARLO PASTORE: Certo, il tennis come risposta anche alla crisi economica, quindi come emancipazione come possibilità di svolta. Poi, una volta che la guerra è finita, i genitori credo che fossero comunque sciatori perché viene dalle montagne Djokovic. Il padre credo fosse uno sciatore professionista.

ELENA MARINELLI: Eh sì, è vero, lui è un grande sportivo, sa giocare anche a calcio, ha una passione molto forte. E’ milanista per dire…

CARLO PASTORE: Accettiamolo…

ELENA MARINELLI: Ha vissuto in Italia e si è interessato a tantissimi sport e li ha inseriti nei suoi allenamenti, come molti campioni di tennis fanno oggi e lui è stato uno dei più completi in questo e anche lo sci, certamente.

CARLO PASTORE: Certo, prima di andare però a raccontare quanto ha vinto Giorgio, io vorrei che commentassi una frase di Djokovic che non è quella famosa che ha ripetuto fin da bambino un po’ come Maradona che diceva che avrebbe voluto vincere la Coppa del Mondo e poi l’ha fatto, non quella del voler diventare numero uno che per un atleta che poi lo diventa in effetti è una premessa necessaria, bensì questa.

CARLO PASTORE: Avevo undici anni e mi consideravo responsabile dell’incolumità dei miei fratelli fin da quando le forze NATO iniziarono a bombardare Belgrado. Questo senso di leadership, questo senso di responsabilità che in queste figure in questi trequartisti non manca mai.

GIORGIO TERRUZZI: Ma questa è una frase molto interessante perché svela come al solito qualcosa, svela la disponibilità a prendersi una responsabilità che è tipica dei trequartisti, tipica dei capi, tipica delle figure rilevanti ma spiega anche qualcosa di più recente. Il fatto di avere attraversato insieme alla propria famiglia da ragazzino una guerra, noi che non l’abbiamo vissuta, non sappiamo bene che razza di trauma o di esperienza emotiva, oltre che fisica, determina e innesca una cosa che è speculare a quella che è stata detta, cioè il nazionalismo, una relazione molto forte con l’identità del proprio paese, che poi subisce un’aggressione dal punto di vista di chi sta lì. Non entro neanche nel merito, ma insomma, in questo tempo ne sappiamo qualcosa.

GIORGIO TERRUZZI: In questo caso, quindi…

CARLO PASTORE: Per aggressione intendi i bombardamenti della NATO?

GIORGIO TERRUZZI: Una guerra…

CARLO PASTORE: Nonostante Milosevic in quella guerra li ebbe un ruolo tutt’altro che irrilevante.

GIORGIO TERRUZZI: Uno straniero, uno straniero che entra in gioco pesantemente. Questo rafforza un’identità, rafforza un orgoglio. Ed è un atteggiamento simile a quello che troviamo lì, che è da piccolo capofamiglia quello che mi appartiene, lo difendo. E questa cosa, secondo me, è una cifra che ritroveremo, si ritrova in Djokovic persino in tempi recenti e non è del tutto comprensibile, secondo me, per chi non ha attraversato un’esperienza così così tosta come una guerra, un’invasione come un bombardamento, come un lutto da guerra.

GIORGIO TERRUZZI: Ci sono state addirittura delle polemiche le foto con chi stava con chi si, ma la percezione della propria nazione e quindi di quella responsabilità lì, da piccolo bambino che dice Io mi sono sentito subito responsabile della mia famiglia, dei miei fratelli, quindi anche del mio paese, del mio popolo, non è semplice da da giudicare per chi fuori da questi contesti.

CARLO PASTORE: È vero, ti leggerei adesso, anzi, vi leggerei, Giorgio ed Elena, un’altra frase che riguarda questo momento qua perché l’hai citata prima Jelena Gencic che scopre questo prodigio, questo bambino prodigio che già in sé però aveva addosso quel senso di responsabilità e di rivincita che poi si sarebbe preso con la disciplina e con diciamo una cura maniacale della propria, del proprio allenamento, dice disse Djokovic. “Crescere in tempo di guerra mi ha insegnato anche quanto sia importante avere una mente aperta e non smettere mai di cercare nuovi modi di fare le cose. Il mio popolo era oppresso da un regime che lo teneva nell’ignoranza e ancora oggi ne soffriamo le conseguenze. Ci siamo ripresi dalla guerra, ma non dalla mentalità del comunismo, per il quale esisteva un solo modo di pensare e di vivere e anche di mangiare. Il tennis e i miei studi con Jelena mi hanno aperto la mente” e qui mi ricordo, insomma, mi sovviene comunque questo rapporto costante fra Est e Ovest, che ha contrassegnato anche la storia di Martina Navratilova che abbiamo raccontato in un altro episodio de Il Trequartista.

CARLO PASTORE: Quindi queste linee che sono in realtà linee fra aspirazione e situazione, fra disciplina e talento, fra commedia e tragedia, insomma, questo ragazzo e che poi dopo scopriremo anche per i suoi lati più controversi, però nasce da questo brodo qua non possiamo non sottolinearlo.

ELENA MARINELLI: No, infatti, ma è una delle grandi dimenticanze che si possono fare parlando di Djokovic, è proprio far finta che quel periodo non sia ancora presente nella sua vita, che non lo sia sempre stato, anche se parliamo di infanzia, anche se parliamo di momenti che lui ha superato in tanti modi e anche in tante, tante diciamo vittorie, ma anche proprio in tanti momenti della sua vita ne parla spesso, non è una persona che si nega a quel tipo di ragionamento.

ELENA MARINELLI: Il punto è proprio questo che è rimasta, è rimasta una traccia dentro è dentro Djokovic di quel periodo e ed è normale che sia così. E probabilmente lui ha fatto molta più fatica di altri ad elaborare questa cosa, perché in un certo senso la dovuta tenere a bada proprio perché aveva degli obblighi nei confronti della sua famiglia, aveva dei problemi da da risolvere che erano molto più di tutto il resto. Però nel frattempo giocava a tennis e il suo obiettivo era andare avanti.

CARLO PASTORE: Era vincere, anche. E raccontiamo un attimo brevemente il palmares di quest’uomo prodigio che poi diventa uno dei più importanti campioni dello sport di tutti i tempi.

ELENA MARINELLI: E tu hai detto una cosa prima che il numero di settimane al numero uno della classifica ATP. Ed è vero, lui è stato è quello con il maggior numero di settimane all’attivo che sono 368, di cui addirittura 122 consecutive.

CARLO PASTORE: Faccio un attimo il conto. Praticamente 7 anni al top.

ELENA MARINELLI: Esatto, come se avesse fatto tre anni al top.

CARLO PASTORE: Così, giusto per sottolineare, per dare un’idea.

CARLO PASTORE: Esatto. Poi lui ovviamente e questo lo sappiamo, quest’anno storia recente sportiva. Lui ha vinto 20 titoli del Grande Slam, ha vinto su tutte le superfici, ha vinto tutti gli Slam almeno due volte. Non li ha vinti mai nello stesso anno. E a differenza di Nadal, che adesso è il più titolato a livello slam che ne ha 21. Lui invece pareggia Federer.

CARLO PASTORE: Però il tennis professionistico non è partito subito benissimo per Djokovic, nel senso che adesso conta queste vittorie, probabilmente, glielo auguriamo, ne porterà altre a casa. Ma non è partito proprio così. Andiamo un attimo a gennaio 2010, il punto più basso, forse appunto della sua carriera.

ELENA MARINELLI: Lui ha iniziato a vincere già qualche anno prima, però. Il primo Slam è del 2008. Il punto però è che, come spesso accade nel tennis si riesce a vincere magari uno Slam in età, anche giovane. E però a un certo punto ci si ferma. Ci si ferma per tante ragioni. Può essere, possono essere ragioni mentali. Ragioni di allenamento. Novak Djokovic ha iniziato dal 2010 in avanti a immolare il suo corpo continuamente all’allenamento e alla liturgia. È una liturgia sportiva, ovviamente, ma che lo ha portato poi a raggiungere dei livelli di eccellenza atletica visti veramente raramente sul sul campo da tennis.

ELENA MARINELLI: Una delle cose che si dice di lui la maggior parte delle volte è che ha una flessibilità, una flessuosità proprio dei tendini e delle articolazioni, molto molto forte. E questo dipende dal fatto che a un certo punto ha cambiato proprio strategia su se stesso.

CARLO PASTORE: Ha capito che c’era un problema fisico, più che altro l’ha scoperto. Ha realizzato di avere qualcosa da mettere a posto.

ELENA MARINELLI: Sì, anche perché la sua testa è stata sempre più forte di tutto il resto. Questo veramente da sempre. Lo hanno detto i suoi primi allenatori. Lo hanno detto i suoi primi avversari, lo hanno detto anche dei suoi compagni, che poi non si sono visti oltre il numero 100 della classifica, per esempio.

ELENA MARINELLI: Però quello che mancava lui era la continuità. Lui voleva questi 7 anni in prospettiva che lui ovviamente non sapeva ancora che sarebbero stati 7 anni, voleva quello, voleva essere sempre, sempre, costantemente al top.

CARLO PASTORE: Il 27 gennaio 2010, gioca i quarti di finale dell’Australian Open contro il francese Tsonga perde al quinto set perché ha continui spasmi allo stomaco è lì che scopre di essere intollerante al glutine. E quindi qui prima di parlare dell’intolleranza Djokovic al glutine, vorrei che Giorgio Terruzzi ci raccontasse un attimo che cosa possiamo mangiare… una breve ricetta di Giorgio Terruzzi per i celiaci.

GIORGIO TERRUZZI: No, ne faccio molte perché io ho familiarità con questo problema, ma la cifra noi stiamo parlando, quando parliamo di trequartisti parliamo sempre di persone che hanno una capacità mentale rilevante, se no non farebbero quella quel percorso lì.

GIORGIO TERRUZZI: Ora, evidentemente a un certo punto un atleta di alto livello ha bisogno di perché alto livello in questi casi con lo sport, come fatto adesso come organizzato adesso significa mettere sotto pressione in termini estremi tutto quindi, secondo me ci sta che una persona come Djokovic come questi qui sostanzialmente si circondino di persone che la sanno lunga dalla A alla Z e che quindi individuino o mettano a punto una strategia che comporta anche l’alimentazione, ovviamente, per tenere in forma e in spolvero una macchina è che è sottoposta a delle pressioni straordinarie. Quindi stiamo parlando di una evoluzione della specie atleta che comporta una visione e un’analisi molto accurata di tutto ciò che un atleta fa e compreso quello che mangia. E questa cosa, secondo me mi fa venire in mente quanti atleti, per esempio quanti campioni nel passato hanno avuto sofferenze non riconosciute, non date, non quindi non trattate, non curate, cosa che adesso invece viene viene fatto. Viene praticata con molta attenzione. Curiamo l’alimentazione di figli o di tutti noi, insomma quotidianamente, figuriamoci quanto è importante per un atleta.

CARLO PASTORE: Certo. Però è interessante capire come in questo momento Djokovic, probabilmente struttura nella sua testa un approccio diverso rispetto a prima. Il corpo diventa un tempio, l’alimentazione è il linguaggio fra il corpo, diciamo così, e la fibra che lo alimenta, appunto che lo che lo rende vivo.

CARLO PASTORE: E qui struttura quello che poi un po’ secondo me l’ha anche portato per arrivare all’oggi alla sua scelta riguardo i vaccini contro contro il Covid: l’approccio olistico.

GIORGIO TERRUZZI: Tant’è vero che ci sono un sacco di pregiudizi anche sull’alimentazione: vegetariano, un celiaco, un vegano…

CARLO PASTORE: E giù di battute…

GIORGIO TERRUZZI: Perché si connette questa cosa e spesso è così a una dimensione che è anche spirituale dello stare al mondo, no. E questa cosa, secondo me, è uno degli elementi controversi che sono cresciuti attorno a Djokovic. Come se questa scelta, che è partita da un punto di vista fisico, fosse collegata a chissà quale mistero, ma che invece innesca nel momento in cui pratichi ti poni delle domande sulla tua natura e sulla tua relazione con l’universo, sulla tua esistenza, pone delle scelte, pone dei cambiamenti e pone un rigore che spesso viene visto con una certa superficialità, con una certa criticità, come se fosse un, come dire, parte di un’ombra in incomprensibile. Invece non c’entra niente.

CARLO PASTORE: È vero, tra l’altro in una di queste giornate così andando a cercare dettagli su Djokovic che magari mi erano sfuggiti ho visto una conversazione di quelle proprie del lockdown, le classiche Instagram Direct Live, Live su Instagram, come si facevano, con Fognini che parlando con Djokovic dell’approccio, anche spirituale e mentale, proprio al gioco, anche alla gestione di se stessi come atleti, quasi entra in difficoltà nel raccontare al mondo che ha un rapporto diciamo professionale e personale, con uno psicologo dello sport che lo aiuta nel gestire le sue esplosioni di rabbia e dice: “Perché la gente crede che sono pazzo, Ma in realtà andare dallo psicologo non significa essere pazzi” anzi è infatti insomma tutto il discorso fatto col diciamo sul bonus psicologo di questi tempi ci fa pensare che la salute mentale è un tema abbastanza decisivo e Djokovic l’ha affrontata così, leggo una sua frase che secondo me è adeguata al contesto. Poi magari Elena ci spiega esattamente cosa è successo nella vita di Djokovic è per fargli costruire una convinzione così profonda.

CARLO PASTORE: “La medicina orientale – dice Djokovic – insegna ad allenare mente, corpo e anima. Le emozioni positive amore, gioia, felicità, influenzano il corpo. Mi piace circondarmi di persone, soprattutto di bambini, perché trasmettono solo energia positiva. Sono aperti ad ogni novità, entusiasti, curiosi, sempre pronti a ridere”.

CARLO PASTORE: Non ti aspetti che un campione mostruoso, il Joker dica queste cose. Invece è così.

ELENA MARINELLI: La tenerezza che lui ha sempre avuto nei confronti dell’infanzia arriva ovviamente dalle sue esperienze. Quello che dicevo prima il fatto che lui non ha mai abbandonato quel momento della sua infanzia è anche questo perché la reazione che ha avuto rispetto a certi certi momenti è anche dovuto al fatto che vorrebbe, probabilmente, che nessun bambino debba sopportare quello che ha sopportato lui o che possa pensare di rinunciare a qualcosa per via delle decisioni di qualcun altro. In questo forte diciamo questa tendenza che lui di così tenerezza verso l’infanzia arriva ovviamente da lì è anche il fatto che lui si è dovuto preoccupare della famiglia, lo dicevamo prima, lui aveva appunto dei fratelli più piccoli, tra l’altro entrambi, adesso sono stati i tennisti. Nessuno di loro è arrivato ai suoi livelli. Neanche lontanamente, però questo significa che in qualche modo la famiglia dell’ambiente quella partecipazione lo ha sempre portato ad avere un occhio di riguardo per i bambini, per i ragazzini in generale. C’è un momento che a me ha sempre fatto tenerezza ricordarlo, specialmente adesso, il fatto, per esempio, che ci è stato durante la l’Australian Open del 2021, quando tutti i tennisti erano rinchiusi, erano chiusi, nell’albergo a fare la quarantena, eccetera, ci sono stati dei ragazzini che sotto l’albergo di Djokovic, sono andati lì a giocare tra di loro, proprio a scambiarsi con la racchetta sotto la sua finestra. Lo hanno, lo hanno chiamato lui si è affacciato, ha guardato lo scambio per un po’ di minuti, poi, li ha applauditi. Questa cosa qua, mentre magari in tutto il mondo lo stava guardando perché lui diceva che quella situazione non era affrontabile, non era giusta. I tennisti stavano soffrendo, quindi c’era un giudizio verso di lui, comunque ha trovato quel momento per farsi vedere. È diventato un momento pubblico quella cosa lì e non a caso è diventato un momento pubblico, il momento con dei bambini e con quel tipo di infanzia, del piacere di giocare, di farsi vedere da all’idolo che può guardarli finalmente.

CARLO PASTORE: Hai citato il 2021 tienilo lì che fra poco, secondo me, bisogna tornarci. Volevo soltanto prima aprire una piccola parentesi sul rapporto. Diciamo così, con le emozioni da parte di una persona che ha una così profonda disciplina nei confronti di se stesso. È quando diciamo ll atto performativo lo sport è comunque l’obiettivo ultimo, anche le emozioni diventano un metodo per migliorare la propria performance. Infatti quella frase che dice Mi piace circondarmi di persone, soprattutto bambini, perché trasmettono energia positiva, No, quasi come se fosse una tecnica, anche quella per ottenere un risultato. Fa parte di un a, diciamo approccio che è un approccio da perfezionista assoluto. È questa gestione dell’alimentazione così curata questa idea che qualsiasi cosa attorno a sé sia in qualche maniera da portare verso il risultato sportivo, me lo porta ad una persona sola. Se posso permettermi qui vorrei un vostro commento Cristiano Ronaldo che ha un approccio simile, cioè da superuomo nicciano?

GIORGIO TERRUZZI: Sì, qui secondo me abbiamo a che fare con una figura, un po’ più complessa, anche perché la storia personale è più complessa, con una elaborazione delle proprie scelte più articolata, secondo me di quest’uomo Djokovic. Sappiamo un po’ poco, molto meno di quanto che alludono certe frasi.

GIORGIO TERRUZZI: Evidente che quest’uomo abbia studiato e scoperto una sfera calda emotiva del proprio stare al mondo che è connessa. Per esempio lui cita le la medicina orientale, la medicina orientale é un mistero rispetto alla medicina occidentale, ha una modalità completamente diversa, l’agopuntura per esempio, che non noi non conosciamo e che invece ha una spiegazione da una spiegazione, una modalità sul tutto.

GIORGIO TERRUZZI: Sto parlando di una persona che forse ha maturato una serie di scelte che poi, come dire, vengono fuori a tratti no. Se una persona decide che il proprio corpo è un tempio, può decidere cosa entra e non entra e ci sta che possa decidere, per esempio, di non vaccinarsi?

GIORGIO TERRUZZI: No, per esempio. Ma tutto questo di tutto questo noi abbiamo solo delle macro notizie in un mondo peraltro abbastanza conformista, per cui o comunque non non colto, no. E quindi è un problema in capire davvero come come si muove nel profondo quell’uomo qua è vero, è verissimo.

CARLO PASTORE: E poi tra l’altro un problema capirlo, anche perché attorno a lui c’è una sorta di cerchio magico, la sua famiglia l’ha sempre protetto. No, Jelena, lui ha sempre avuto attorno ai suoi fratelli. In realtà sono quasi dei suoi soldati.

ELENA MARINELLI: Possiamo dire sì, ma in generale anche tutta la sua famiglia è un po’ il suo esercito è quella Djokovic. È che il caso di una famiglia che ha protetto il campione, anche perché trovare protezione altrove era difficile, è stato sempre difficile per lui, tra tra gli avversari, tra il pubblico, specialmente il pubblico, essendo l’antagonista per eccellenza, ovviamente ha riscontrato sempre molto meno favore di tanti altri.

ELENA MARINELLI: E per i motivi sì, anche forse perché lo conosciamo poco, oppure perché l’abbiamo giudicato troppo presto, troppe volte, per esempio, e quindi magari vediamo degli dei comportamenti suoi che non tornano con altri.

ELENA MARINELLI: Quindi dove dove c’è l’emotività e dove c’è la capacità quasi chirurgica di certi gesti sportivi o anche il fatto, per esempio, che lui gioca sapendo esattamente dosare la l’energia in campo. Lui è uno di quelli che se di fronte a un avversario che è molto meno forte di lui, sa dosare l’energia in base a quella forza, quindi veramente di matematico.

CARLO PASTORE: Questa cosa però, allo stesso tempo ceh questa questa spiritualità, questa tenerezza, questa delicatezza molto molto profonda in lui eccola arci nemico, l l’antagonista dalla della storia e l’anti eroe il cattivo Djokovic il Joker È arrivato il momento di andare, forse lì a vedere sul campo quando questa sua narrazione è forse è cambiata.

ELENA MARINELLI: Schumi dodici series domina la scena due sopra in duemila, ventuno dodici settembre, quindi pochissimo tempo fa il finale del singolare maschile giocano contro Novak Djokovic e Daniil Medvedev. È la seconda finale di Slam che giocano. I due si erano già scontrati a Melbourne, a Melbourne aveva vinto Djokovic e Medvedev aveva dimostrato di essere ancora un po’ indietro rispetto al suo idolo e al numero uno.

ELENA MARINELLI: Però a New York la faccenda è totalmente diversa, perché dopo pochi mesi all’ultimo slam dell’anno Djokovic poteva realizzare il Grande Slam, quindi i quattro Slam nello stesso anno. Nel frattempo vince Roland Garros contro Tsitsipas, vince Wimbledon contro Berrettini e poi arriva di nuovo davanti a Daniil Medvedev. Russo stavolta però non sbaglia partita, anzi gioca divinamente.

ELENA MARINELLI: E però non è quello il punto è ancora un po’ più in fondo ancora più nel profondo.

ELENA MARINELLI: Perché succede una cosa che Djokovic, che probabilmente per tutta la vita ricorderà come uno dei momenti più belli della sua carriera e che mentre sta perdendo il pubblico comincia a incitarlo quel pubblico che lo aveva mal sopportato quando per uno per uno scatto d’ira molto tragico, quasi l’aveva, cacciato dall’us open soltanto un anno prima e e quel pubblico gli restituisce qualcosa, gli restituisce ancora un pochino di emotività.

ELENA MARINELLI: Forse lui, in un cambio campo sulla sua panchina, sta visibilmente piangendo, si copre con l’asciugamano e il pubblico lo applaude. Questa cosa qua è lui la lo dirà poi quando quando Medvedev prenderà alzerà il trofeo, dirà che il pubblico gli ha regalato una delle emozioni più grandi della sua vita e ci sta nel personaggio. Ci sta nella sua umanità, nella sua intimità e ci ha regalato quel momento, una nuova, una nuova chiave per inquadrare, per inquadrarlo.

CARLO PASTORE: Per capirlo, il momento in cui Djokovic ha dominato la scena. É il momento in cui l’anti eroe si è fatto in realtà tutt’uno col suo pubblico. Perché, ricordiamolo, quest’uomo qua ha avuto di fronte Nadal e Federer per tutta la sua vita. Per diventare il numero uno ha dovuto battere non un numero uno, ma due numeri, uno fra i più importanti di tutti i tempi.

GIORGIO TERRUZZI: Si, però due personaggi freddi no, positivi nella loro freddezza si fenomeni. Ci sono quelli che hanno la passione smisurata per federe, per come gioca quelli che però adesso sentivo i cognomi di questi ragazzi, questo Russo che non non si no, non devi fare un corso per pronunciarlo, che Tsitsipas hanno già dei nomi che l’italiano fuori da una popolarità immediata.

GIORGIO TERRUZZI: No, sto dicendo sto dicendo che è nettamente Djokovic il dominatore del suo tempo. Ma non sono le partite semplicemente il numero di settimane, peraltro spaventoso ai vertici, è la sua storia e sono le sue controversie, le sue sbandate, il gesto di stizza il pianto.

GIORGIO TERRUZZI: Cioè abbiamo a che fare qui con qualcosa che in qualche modo ti ricordi ti hai presente, poi lo puoi odiare, lo puoi amare, non importa. Ma insomma non c’è corsa, no, stiamo parlando di un vero trequartista.

CARLO PASTORE: Sostanzialmente è assolutamente così, però insomma, dodici settembre, duemila ventuno, pochi mesi dopo Djokovic è diventato dibattuto per altri motivi. Quel quella, quella sorta di è pace dei sensi che aveva ottenuto con questo gesto di manifesta debolezza. Perché poi, ricordiamolo, questi vincenti riescono a volta entrare in empatia con loro pubblico nei momenti di più profonda debolezza, quando mostrano anche l’altro lato.

GIORGIO TERRUZZI: Certo, sono da adottare in quanto bastardini no, i cagnolini che che tiri su perché se ti fanno ti fanno tenerezza, no, se fosse chi vince e basta non non è amato da nessuno.

CARLO PASTORE: Ma infatti mi viene in mente Marquez ancora una volta se torniamo lì perché nel momento in cui che so Djokovic si infortunio al gomito, che decide quindi di operarsi dopo questo lungo, lunghissimo travaglio interiore perché lui era contro, diciamo così gli interventi chirurgici, pensava che i lo pensa tuttora, Che i corpi siano meccanismi che si auto sussistono, quindi sa che non ce ne fosse bisogno.

CARLO PASTORE: Poi invece alla fine si convince, lo fa e torna e vince è però gioco vice incontra, diciamo così, il pubblico da un punto di vista sentimentale, con questa lacrima Marquez non è mai successo.

CARLO PASTORE: Ricordiamo Marquez motociclista che è tornato a vincere dopo questi ricorrenti ormai infortuni. La spalla che gli fa sempre male non ha mai mostrato un briciolo di debolezza. Perché? Che cosa lo porta? Non a non capire che è lì che siamo esseri umani.

GIORGIO TERRUZZI: Nello stare male anche beh, però non non ha mai pianto.

GIORGIO TERRUZZI: Ma le sue lacrime le possiamo immaginare perché ha infilato? Tre anni fa ha perso tre mondiali, è con delle sofferenze delle voli, dei voli, delle cadute come così cruente da farci immaginare il dolore? No. Quindi, insomma, la forma dei suoi incidenti non sono non è non è paragonabile a quella di altri, cioè proprio il dolore fisico esposto.

GIORGIO TERRUZZI: Quindi non è meno importante vederlo piangere, lo possiamo immaginare il dolore che ha provato. Quindi é come se un meccanismo si fosse inceppato nel momento in cui il suo grande antagonista, Valentino Rossi, usciva di scena. No, è straordinaria questa cosa?

GIORGIO TERRUZZI: No, certo, lasciando peraltro un vuoto. Perché non c’è nessuno, anche lì, non c’. È nessun personaggio paragonabile che tenga su la baracca. Perché Quartararo forse certamente non Bagnaia, non ancora certamente Mira ha vinto il Mondiale. Bisogna che spiegare chi è, se lo mettiamo in mezzo a una piazza non sanno nessuno sa chi sia.

GIORGIO TERRUZZI: Cioè invece qui qui abbiamo un due, visto che hai fatto questo accostamento. Due figure che invece tengono sulla scena, comunque anche quando sbagliano, anche quando perdono la gestione delle proprie cose, della propria, del proprio entourage, del proprio prima parlavate di famiglia, parlava della sua famiglia, non sempre gli fa bene alla famiglia All’immagine di Djokovic No, non ha sempre tutto sotto controllo.

GIORGIO TERRUZZI: E anche questo è un elemento che in qualche modo genera insofferenza per un vero se affezione per un’altra, però è un altro elemento che in qualche maniera non l’ha mai.

CARLO PASTORE: Non ha mai fatto indietreggiare. E qui Elena, ti volevo leggere una cosa che riguarda ovviamente il rapporto Djokovic con i vaccini, la libertà di decidere che cosa prendere e cosa no. Vale di più di qualsiasi titolo.

CARLO PASTORE: Perché Djokovic ha rifiutato, diciamo così, del proprio corpo anche ha rifiutato, tendenzialmente a, diciamo abiurato, la possibilità di rimanere per tanti, per tanti anni ancora, perché con questa scelta non ha potuto gareggiare e dunque inevitabilmente ha dovuto perdere lo scettro sì certo, perché l’Australian Open appunto, è andata, è andata a Posillipo, era brevemente che magari non anche se è diventata una cosa è dibattuti fissi, ma se n’è parlato per mesi è però ricordiamo brevemente cos’è successo.

ELENA MARINELLI: Sinteticamente è successo questo. Lui è l’inizio di gennaio, arriva in Australia per partecipare all’Australian Open viene fermato alla frontiera perché eh non vaccinato, quindi viene, proviene, portato esattamente come tutti gli altri in un isolamento in un hotel è mme.

ELENA MARINELLI: Lì ci sono stati i primi momenti strani di questa faccenda, perché sono trapelate questioni riguardanti il suo isolamento, in che condizioni era, come veniva trattato, eccetera. E non erano cose piacevoli.

CARLO PASTORE: Diciamo che non è mai nella narrazione. Lì poi riguardava anche la maniera in cui l’Australia, diciamo così, accoglieva in generale gli esseri umani. E lui si è quindi ancora una volta forse li sono saliti i fantasmi, i fantasmi di quei.

CARLO PASTORE: Ricordiamoci che in Serbia, insomma, che ci furono i campi di concentramento durante la guerra. Insomma, i fantasmi, fondamentalmente di quei momenti tremendi che vedono gli esseri umani combattere fra di loro senza alcuna dignità.

ELENA MARINELLI: Esatto. E lui però, appunto, la sua famiglia fa di tutto tra cui far ricorso rispetto a questa decisione. Quindi dall’annullamento del suo visto, si passa al ricorso che viene accolto. Ma di nuovo il Governo Australiano. Il ministro per l’immigrazione esattamente dice che ci sono dei problemi rispetto alla sua domanda di ammissione. Non tornano delle cose sulle sue dichiarazioni date questioni di questo tipo. È alla fine di tutta questa faccenda che ha coinvolto il Governo Australiano il Governo dello stato di vittoria Tennis Australia, che l’associazione principale che si occupa proprio di organizzare l’Australian Open dell’accoglienza degli atleti é Djokovic e la sua famiglia. Lui torna a casa, viene rispedito a casa perché lui avrebbe anche giocato, credo a quel punto. E in questa cosa diciamo che, ehm che ha creato una successione. Altre perché a quel punto tutti gli Slam si sono domandati tutte le organizzazioni di Islam, per esempio, si sono domandati cosa fare. Quindi dall’olanda rossa Wimbledon e e di andare e lui con quella frase che tu hai letto è interessante per due ragioni una perché Nadal vince l’Australian Open e diventa il più titolato di tutti i tempi. Quindi passa a questo che è un numero che ha veramente angosciato tutti i commentatori di tennis negli ultimi anni. Ma soprattutto a un certo punto per Djokovic non è significato più nulla. Questa liturgia infinita che lui ha messo nel suo corpo, questa eccellenza è davvero diventata la cosa più importante per lui.

CARLO PASTORE: Diciamo che è diventato più importante preservare la propria idea, la propria visione piuttosto che il ventuno degli slam.

ELENA MARINELLI: Joker è tornato, Joker sì, ma il suo corpo e la sua coerenza quindi ci sta perché Joker è tornato Joker e anche in questo si chiude il cerchio del personaggio.

CARLO PASTORE: Certo, il Joker è tornato. Joker però ti posso dire una cosa, Giorgio? A me quel Djokovic comunque mi sta un po’ simpatico.

GIORGIO TERRUZZI: Io guardo sta simpatica, ma poi uno che non vuol farsi operare al gomito perché dice che il corpo si auto guarisce no, che si fosse un amico di mio, gli diremmo sei anche un po’ matto, ma è ovvio che non si fa vaccinare, no, che resiste a queste cose e poi in quella in quella circostanza lì non è stato il solo a far casino perché c’è stato un era stato il primo accolto, poi scritto, poi mandato via.

GIORGIO TERRUZZI: È casini sui certificati, il preparatore, la famiglia a casa che ha fatto ha messo in piedi un circo che non è servito a niente, secondo sempre quella cosa che abbiamo detto di come di difesa di una sorta della famiglia no iper difesa della famiglia che viene probabilmente da da un tempo, da una storia personale controversa, faticosa e dolorosa.

GIORGIO TERRUZZI: No, comunque secondo me tutto questo che abbiamo raccontato, nel bene e nel male porta a tenere il riflettore su di lui. Non c’è nessuno, secondo me, in questo momento che ha che davvero possa minacciarlo. Questo lo dico al nonnetto del numero dell’islam o delle vittorie dei tornei.

GIORGIO TERRUZZI: Non centra niente in questo in questa epoca, in questo tempo, per il momento non c’è nessuno che ha questa gamma così complessa di elementi e di proposte per noi che guardiamo come la fornisce il nostro no, ma si, ma perché poi vabbè, a parte che comunque è tutto scritto Djokovic che diventa Joker, Novak che diventa no-vax nel momento in cui è già nel nome.

CARLO PASTORE: Tu lo dici sempre con i trequartisti.

GIORGIO TERRUZZI: Già nel nome si sente che ce la si, come si chiama Elena quello che l’ha battuto a New York, russo?

CARLO PASTORE: No?

ELENA MARINELLI: Daniil Medvedev

GIORGIO TERRUZZI: Il greco?

ELENA MARINELLI: Stefanos Tsitsipas.

GIORGIO TERRUZZI: Capisci che è difficile in una dimensione,

CARLO PASTORE: Ma poi ci sta simpatico anche perché a è stato tanti anni a Bordighera un po’ quella cosa lì dell’Italia gli ci vuole bene. Milanista.

GIORGIO TERRUZZI: questo finalmente una buona notizia.

CARLO PASTORE: Anzi, la miglior notizia Casa canta Eros Ramazzotti insieme a Fiorello a Sanremo alla fine e quella roba lì, insomma. E sono anche quelle la sua generosità nei confronti dei bambini. Tanti tratti che comunque lo rendono complesso. Le persone complesse in qualche maniera sono sempre interessanti Mi stanno simpatiche,

UBALDO SCANAGATTA: Novak, congratulations. Ok, seven Australian opens, 15 slams,

NOVAK DJOKOVIC: Not too bad.

UBALDO SCANAGATTA: Not too bad. Cannot complain, cannot complain.

NOVAK DJOKOVIC: Sorry but you are always like, ok man… Niente di particolare.

CARLO PASTORE: Io ho un’ultima domanda prima di chiudere con Giorgio. Qual è il futuro? Djokovic non è più giovanissimo. Il ventuno è ancora un obiettivo, è continuerà a giocare. Elena, Cosa dici?

ELENA MARINELLI: Beh, lui intanto è già un po’ tornato la domanda se continuerà a giocare sì perché è già tornato in qualche torneo, si è fatto anche non è. Insomma non è andato molto bene, anzi è però la cosa che lui ha detto ha dichiarato è che non si aspetta niente e che inizia un po’ come se ricominciasse un pezzo alla volta. L’ultima volta che ha ricominciato un pezzo alla volta è andata bene, è andata benissimo per lui.

ELENA MARINELLI: Quindi chi lo sa non è dato sapere perché comunque come un’uscita di scena il Joker nella nebbia se ne va però tu sei sempre lì, che dici? Però adesso adesso torna, ne combina un’altra.

CARLO PASTORE: Esatto.

CARLO PASTORE: Grazie mille a Elena marinelli, autrice di Steffi Graf passione e perfezione.

GIORGIO TERRUZZI: Grazie a voi.

CARLO PASTORE: Grazie a te Giorgio.

GIORGIO TERRUZZI: Grazie a voi.

GIORGIO TERRUZZI: È una terra di mezzo questa che circonda Novak Djokovic sta tra il buio e la luce. Come ogni convalescenza trascina l’ombra della pandemia e le ombre che la pandemia hanno emanato abbastanza per impedire un recupero pieno, una salute rinfrancante. Il ritorno ad un tempo più sereno, pensando ai diritti del rovescio, al rovescio come strumento di gioia rovescia una parola appropriata, pensando al destino di quest’uomo consegnato alla controversia. Come se la pace fosse sempre minacciata da una guerra. E così dal capitolo uno e non sono bastati un talento portentoso, una fortuna agonistica conquistata e straripante, c’è sempre qualcosa o qualcuno che non applaude, é anche per questo lui sgobba e approda su quote rarissime a vedersi. Una dimensione che ricerca adesso, con il peso degli anni, delle incomprensioni, di strumentalizzazione che con lo sport il tennis c’entrano pochissimo. La sfida oggi sta qui, in una risalita della classifica dei sondaggi, del piacere di giocare tra chi gufa e odia e chi tifa e spera, come se tutto di nuovo e curiosamente fosse da dimostrare, nonostante abbia dimostrato di cavarsela senza a costo di strafare, di deludere, di far discutere su ciò che del vivere ama o meno contraddizioni talmente consuete da sembrare nostre, eppure all’apparenza solo sue e dunque esposte al pari di peccati da scontare.

CARLO PASTORE: Questo episodio de Il Trequartista è stato realizzato in collaborazione con Xiaomi. Xiaomi presenta la nuova Xiaomi 12 Series, la nuova serie di smartphone flagship Xiaomi con modulo di fotocamere professionali da 50 megapixel. Ricarica rapida Xiaomi Iper Charge, processore Qualcomm Snapdragon di ultima generazione e audio firmato Harman Kardon. Xiaomi 12 Series e il Trequartista insieme per dominare la scena.

CARLO PASTORE: Continuate a seguirci, iscrivetevi al podcast sul sito iltrequartista. com. Ascoltateci su Apple Podcast, Spotify, Google Podcast e lasciate le vostre recensioni. Seguiteci sui nostri canali Facebook, Twitter e Telegram e se volete partecipare attivamente alla realizzazione del podcast, iscrivetevi al gruppo Telegram. Avete sentito Carlo Pastore e Giorgio Terruzzi. Il Trequartista è un progetto 731 Lab da un’idea di Alessio Albano.

 

Con Giorgio Terruzzi, Carlo Pastore. Executive producer:Alessio Albano.

Sound: 7:31 LAB
Una produzione: 731 LAB

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Altri Trequartisti citati nell’episodio: Martina Navratilova 

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